Antonio Monteverdi Dai primi disegni di bambino alle vedute a volo d’uccello per l'editoria

27 gennaio 2022
Antonio Monteverdi ci racconta il lungo percorso “a zig zag” sulla via del disegno e dell’illustrazione. Una passione nata in tenera età, e divenuta mestiere di una vita

Vuoi raccontarci la tua strada nel mondo dell’illustrazione?

Il mio tragitto non è stato per niente lineare, è stato una strada a zig zag. Alle elementari, da piccolo, i miei genitori mi hanno regalato una scatola di pastelli Caran d’Ache con tantissimi colori. E lì è iniziata la mia carriera di disegnatore. Ricordo di aver disegnato la cinquecento della mia maestra… fin da piccolo quindi avevo già in mente che da grande avrei fatto il pittore o il disegnatore, non sapevo ancora che il mestiere si chiamasse illustratore. Ricordo che guardavo il corriere dei piccoli, e ho mandato anche dei disegni che mi hanno pubblicato. Una passione che ho sviluppato alle scuole medie invece nasce in una gita a Brunate. Io ai tempi abitavo a Como e ci portarono a Brunate che è un paese sopra a Como, da cui si vede tutta la città. E da lì ho iniziato a immaginare città immaginarie viste dall’alto. In alcuni casi erano dei “capricci”, ci mettevo la chiesa della città dove abitavo io, un castello, e altre cose che avevo visto. Disegnavo con la matita o la china. Mi sono appassionato a questo, è diventata quasi un’ossessione. Poi ho fatto l’istituto d’arte e mi sono un po’ perso, perché l’istituto era orientato in particolare al disegno per tessuti, che in zona era un settore molto importante. I marchi di moda venivano quindi in zona a comprare i disegni per i loro tessuti. Quindi dopo un paio d’anni mi sono stancato di fare fiori, e dell’ambiente che sentivo come un po’ superficiale. Poi per due anni, lasciata la scuola, ho fatto le cose più disparate: sono andato a lavorare in un magazzino, ho fatto il marinaio-bigliettaio sulle navi del lago di Como, e insomma varie cose che non c’entravano niente con il disegno. Intanto però continuavo a disegnare, e a un certo punto mi sono detto “devo mettere insieme le cose e rimettermi sul mio sentiero; io so fare una sola cosa bene: disegnare, e devo impegnarmi in quello”. Ho maturato questa convinzione e nel frattempo sono stato fortunato perché ho incontrato questo amico che mi ha detto “sai che c’è un tizio che è diventato il nuovo direttore del giornale settimanale di Como? (si chiamava la tribuna), e sta cercando gente che disegna, che fa fumetti. Allora ho messo insieme una serie di disegni, mi sono presentato e lui mi ha subito affidato un fumetto da fare perché gli è piaciuto il mio modo di disegnare. Abbiamo fatto una trasposizione disegnata, a fumetti,  di un libro di fantasmi di Henry James, ma ambientato sul lago di Como. Poi altre storie a fumetti, a puntate, anche inserendo i volti di persone che volevano apparire e mandavano le loro foto al giornale. Facevo anche qualche vignetta. Dopo “la tribuna” Como mi andava un po’ stretta e sono passato a Milano – l’unità e il giorno. Dove facevo – redazione in viale zara a Milano – mi sono fatto le ossa disegnando la pagina settimanale di viaggi. Disegni a china in bianco e nero. E disegnavo la cronaca milanese, mappe, itinerari …  Poi, in edicola vedevo “Bell’Italia e Bell’Europa; che erano nate da poco ed erano riviste molto belle e curate. E ho subito desiderato di collaborare con loro. Non avevano nessuno che gli disegnasse città dall’alto, e magari poteva interessare. Quindi, in modo un po’ informale, ho proposto il mio lavoro. Mi sono presentato di persona a Giorgio Mondadori Editore. Ho chiesto dell’art director, non avevo fissato l’appuntamento ma fortuna volle che stesse entrando proprio mentre chiedevo di lui, e che stessero proprio cercando qualcuno che facesse quel tipo di disegni. E finalmente mi sono potuto sfogare con le città viste dall’alto. Questo tipo di disegno mi è stato chiesto anche da vari enti: regioni, province, la reggia di caserta, il FAI … Nel tempo ho fatto anche editoria libraria scolastica – con libri di geografia e storia. E ricostruzioni storico-geografiche. Una serie di diorami, disegni pieghevoli, che ritraevano tutte le tipologie di paesaggio italiano nel corso della storia, con animali, piante, edifici del tempo, dall’era glaciale ad oggi. Questi erano per l’editrice Nuova Italia, e per realizzarli ho avuto la fortuna di lavorare fianco fianco con il professor Mezzetti, che era un vero e proprio pozzo di scienza.

A livello di studio e documentazione le città viste dall’alto erano impegnative, soprattutto i primi anni: dovevo prendere le mappe tradizionali del Touring, vedere foto aeree e foto di facciata dei monumenti. E poi facevo un lavoro di assonometria e prospettiva per alzare i palazzi dalla pianta. Mi documentavo anche molto in biblioteca. Adesso sto facendo delle mappe per alcuni paesi del lago di Como, e anche lì –sebbene oggi sia più facile – c’è tutta una parte di documentazione o di sopralluogo in alcuni casi.

 

Quali sono artisti e illustratori che apprezzi di più?

Sono appassionato soprattutto di arte rinascimentale e moderna, non mi ha mai coinvolto invece l’arte contemporanea. E i lavori di Sant’Elia, soprattutto gli schizzi a matita.   Di illustratori guardo spesso i lavori. Da giovane mi attraeva molto il fumetto, ho anche tentato, ma mi sono reso conto che non era la mia strada. E tra i fumettisti mi piaceva molto moebius.

Disegni anche per te stesso?

Disegno anche per me, quando le giornate non sono troppo cariche di lavoro , e nel tempo ho fatto varie cose. Ad esempio con gli acquarelli ho fatto alcuni esperimenti un po’astratti, anche per liberare un po’ la mano da questa costruzione sempre geometrica delle strutture architettoniche, delle case. E sono venute fuori cose interessanti. E anche a livello tecnico mi sono sfogato, usando l’acquarello tradizionale – che invece nei disegni di lavoro usavo tendenzialmente a punta secca, con pochissima acqua. E quindi usando carte molto pesanti.

Ci racconti il tuo incontro con l’archeologia?

L’archeologia mi è sempre piaciuta ma ero abbastanza ignorante. Poi o abito a Galbiante, a sud di lecco e separata dalla città dal monte Barro – una montagna di 930 metri in cui c’è un parco naturale e archeologico, poiché vi anno ritrovato delle rovine di epoca romana, in cui pare si insediarono dei Goti  (430dc se non sbaglio). Quando hanno fatto gli scavi, il nuovo direttore del parco mi ha chiamato per fare delle ricostruzioni. Non archeologiche-classiche, ma ricostruzioni un po’ immaginarie anche se con fondamento scientifico, immaginando come vivessero nel 430 i goti che si erano insediati sul monte. Èm stato molto interessante; partendo dai ritrovamenti è stato possibile ricostruire cosa mangiassero, e abbiamo anche disegnato la cucina dei Goti. Poi ho fatto altri lavori archeologici per l’università Insubria di Como, su altri luoghi del lago …

 

Parliamo di tecnica: quali sono i tuoi strumenti e supporti preferiti?

A livello tecnico ho sempre usato matite china e acquarello. La mia matita perfetta è quella più morbida, ma per il dettaglio usavo invece il portamine. Acquarelli, sempre usato i Winsor & Newton. La mia carta preferita è la Fabriano 300 grammi liscia a 50% cotone, in cui matita e china scorrono molto bene, ma che tiene bene anche l’acquarello.

Per la china mi ero fissato che la volevo grigia, perché era più gentile del nero, ma ai tempi non esisteva. Così perdevo tantissime ore a miscelare inchiostro nero e bianco per trovare il giusto tono … adesso mi romperei subito le scatole …

 

Qual è il tuo rapporto con il digitale?

Quest’anno sono passato anche al digitale. Sono sempre stato legato e affezionato all’uso delle matite, dei pennelli, ed ero un po’ prevenuto, mi ero formato un pregiudizio verso il digitale, perché vedevo tante illustrazioni con i colori piatti, spesso simili tra loro. Invece all’inizio della pandemia un amico mi ha prestato una tavoletta grafica e ho deciso di provare. I primi tre giorni è stata una cosa micidiale e non riuscivo a fare una riga dritta. Ma dopo tre quattro giorni al massimo, praticamente ho iniziato a disegnare come disegnavo su carta. La differenza è che lavori con la penna digitale sulla tavoletta ma hai lo sguardo sullo schermo. Superato quel gap il tuo stile rimane lo stesso. Inoltre è sicuramente migliorata la qualità a livello tecnologico. Il brutto è che non ti rimane l’originale. Acquarelli e matite sono cose che devi continuare a usare. A me piace sempre disegnare a matita, dipingere ad acquarello. Ma alcune cose fatte con la tavoletta grafica risultano più comode.


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